Resta il fatto che il “distacco”, pur essendo una condizione inevitabile per tutti è fonte di sensazioni molto forti, spesso con conseguenze devastanti sulla personalità di un uomo e, almeno inizialmente, negative. Non è mai semplice dover dire addio ( se pur anche temporanemente) a chi per tanto tempo ha fatto parte della nostra vita, condividendo emozioni, gioie, dolori; non è facile perdere la compagnia di una persona considerata importante e prendere coscienza che mai più, i momenti passati insieme, i sorrisi, i litigi, gli abbracci, potranno tornare. E non ha importanza se il distacco che ci accompagna è necessario oppure no, se aspettato o sorprendente; separarsi da qualcuno o qualcosa, non lascia indifferente mai, neanche l’uomo più cinico e freddo esistente sulla faccia della terra.
” Fuora piove acqua tinta e neve su le sudicie vie: dentro, dentro l’anima mia, piove malinconia, malinconia e disperazione”. In questa lettera a Lina Cristofori Piva, Giosuè Carducci, rende l’idea in poche righe di come una persona, davanti alla separazione da una persona cara, si possa sentire, che sia essa fuggita, partita o deceduta. In ogni caso, come scrive il “poeta-vate”, la nostra anima si colma di malinconia, di disperazione; un senso di “perdita”, di angoscia, di tristezza avvolge i nostri pensieri, facendoci perdere ogni minima traccia di lucidità e razionalità. Ciò che più ci mortifica e ci abbatte, è quella sensazione lacerante di impotenza davanti ai fatti già evidentemente accaduti, la consapevolezza di non poter intervenire sul presente ( come spesso riusciamo a fare), perchè è già passato. Tutto questo apre una ferita sanguinosa e profonda che il tempo senza dubbio potrà ricucire, ma mai guarire definitivamente, come descrive acutamente Herman Hesse: ” quello squarcio e quella crepa si richiudono, si rimarginano e vengono dimenticati, ma in fondo al cuore continuano a vivere e a sanguinare”.
Riflettendo invece più approfonditamente intorno al concetto di “distacco” e alle inevitabili sofferenze che esso provoca, ritengo che alla base di tutto ci sia ” l’abitudine”, un aspetto che più o meno, caratterizza le vite di tutti. Usando questo termine, tanto usato e abusato, non voglio certamente riferirmi a chi tutte le mattine si reca al “Bar Mario” a bere il caffè o a chi si lava i capelli sempre con lo stesso shampoo; sono abitudini, è ovvio, ma non tanto rilevanti da essere prese in considerazione. Parlo invece dell’abitudine a vivere in un determinato contesto famigliare o di affetti, di chi è abituato a vivere da tempo nello stesso luogo e con le stesse persone, tanto da sentire tutto ciò come una parte imprescindibile della propria vita. Non si ama qualcuno o qualcosa per abitudine, ma amare o vivere secondo determinati schemi, diventa un’ abitudine, che neanche lontanamente penseremmo di modificare. Come dice Caldas Brito, ” siamo migranti quando lasciamo i vecchi schemi e le vecchie abitudini per aprirci a nuove circostanze di vita”. Nuove circostanze che a volte sono cercate e desiderate e, dopo qualche momento di legittima tristezza, rimpianto o rammarico per aver lasciato alle spalle anni di vita, si guarda con speranza ad un futuro diverso ma migliore, e ci si attiva fiduciosamente per costruire, con fatica, un nuovo ciclo di vita. Altre volte però, queste nuove circostanze sono ciò che mai avremmo voluto e arrivano tempestivamente e spesso, senza preavviso, a rivoluzionarci completamente la vita, provocando in noi, come detto precedentemente, una sofferenza difficile da superare. Ma citando sempre parte dell’intervista fatta da C. Collina alla scrittrice brasiliana Christiana De Caldas Brito, ” gli ostacoli possono trasformarsi in occasione di crescita”. Si, perchè momenti come questi andrebbero sfruttati per ripartire, non necessariamente meglio o come prima ( e spesso, illudendoci, e proprio così che ci sentiamo dire: ” Sarai più forte di prima!”), ma per uscire “malconci” dalle macerie del nostro dolore e sentire l’esigenza di ri-progettare, ri-pensare, ri-costruire qualcosa di nuovo, ritrovando motivazioni e obiettivi da raggiungere, rituffandoci con fatica certo, ma anche con forza e determinazione in una nuova esperienza di vita.
Molti dicono che la sceneggiatura del nostro film sia già stata scritta da qualcuno e da parecchio tempo. Se così fosse, è sempre bene ricordarsi che gli attori protagonisti siamo noi e solo noi e quel che conta è interpretare al meglio la parte che ci viene assegnata.
Io, considero tutti in nomination per l’oscar. E voi?